mercoledì 24 aprile 2013

martedì 23 aprile 2013




Il grande vecchio PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Domenica 21 Aprile 2013 00:55
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IL GRANDE VECCHIO




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Scritto da Gabriele Adinolfi   
Domenica 21 Aprile 2013 00:55
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Rieletto come da copione

Evviva evviva!
Gli italiani sono andati alle urne e per il 70% hanno bocciato il governo Monti e la gestione di Napolitano.
Più di settimane dopo ci ritroviamo con Monti ancora premier e Napolitano presidente confermato.
Ovvero esattamente quello che noi si era previsto, cosa comunque non difficile.

Non si sa se faccia più ridere il Pd che va a fondo accompagnato da Romano Prodi, il centrodestra che ha acclamato lo stesso presidente che l'aveva detronizzato e combattuto con accanimento o la troupe di Grillo.
L'M5S ha effettivamente portato un vento di novità: l'ottantenne Rodotà; ha davvero votato contro la casta: per lo strapagato e strapensionato Rodotà; si è espresso contro la vecchia politica: ha sostenuto il fossile comunista liberal Rodotà.
Un illuminato, di quest'ultimo aveva detto Grillo. Dall'illuminato al grande vecchio: si consolerà!

Ora La troupe di Grillo s'indigna contro la rielezione di Napolitano e magari qualcuno ci casca.
Ma Napolitano è il frutto di un accordo a quattro, Grillo compreso.
A chi fosse sfuggito un particolare rammentiamo che tra i presidenziabili dell'M5S c'era Prodi. Perché non lo hanno votato quando lo ha presentato il Pd se non per provocare, come d'accordo con tutti gli altri, la rielezione di Napolitano?
Quest'ultimo così si lascia rieleggere con grande sforzo, ovviamente, e s'impegna per spirito di servizio, perché altro se no?
Ora, per ricambiare tanta abnegazione, i partiti accetteranno di “fare un passo indietro”.
A cosa si punta? A costruire un governo “di scopo” con “coalizione a larghe intese”.
Esso dovrà durare almeno un anno e occuparsi, guidato da qualche alacre funzionario (la Cancellieri?), di cambiare la legge elettorale, di aprire la strada per riforme contrarie alla sovranità nazionale ma, come suggerito dai saggi, senza intaccare i finanziamenti ai partiti.

Nel frattempo si lavorerà per modificare l'intero quadro politico.
Si cercherà di far nascere un ibrido magmatico e trasversale che si porrà a metà strada tra un partito popolare italiano e un movimento civico, rappresentato dai sindaci.
Intanto il pd e il pdl dovranno far fronte a scissioni e cambiamenti e potrebbero arrivare alle prossime elezioni in tutt'altre dimensioni e forme.
A questo grande centro popolare, civico, progressista, si opporrà una sinistra massimalista che potrebbe essere inquadrata da Grillo.
Su quel versante stiamo assistendo al tramonto del piccismo, ovvero di quella cultura togliattiana che si fondava su mentalità stalinista e su elasticità trasformista sul piano ideologico e programmatico.
La sinistra, per assimilazione ad altre lande, come la Grecia e soprattutto la Francia, sarà anche da noi a trazione neotrozkista e ultraglobal, così come Casaleggio e Grillo stanno indicando da tempo.
L'ammortizzatore politico, quello che trasmetterà gli ordini oligarchici, il grande soggetto grigio che si punta a costituire da più provenienze, ha una guida designata da tempo in Matteo Renzi.
Gigante della comunicazione e della polemica, Renzi ha tuttavia fallito la prima: dà l'impressione di essere un nano della strategia e della leadership.

Questo è il principale interrogativo sulla riuscita totale del programma in atto, con regolarità sorprendente e mosse ampiamente previsibili, fin dall'autunno del 2011.
Certo: per ragioni d'interesse non si può mai escludere un'improvvisa intesa Berlusconi-Grillo per anticipare il voto.
In caso contrario, se Renzi si dimostrasse inadatto, ci sono sempre le alternative. De Luca ed Emiliano soprattutto.
La sola cosa che ci fa davvero ridere è il modo con il quale gli spettatori, specialmente i nostri, si pongono nei confronti del teatrino e le interpretazioni che ne danno, con tanto di auspici rivoluzionari.
Dipendesse dalle iniziative della maggior parte dei nostri potremmo già scommettere per un Napolitano ter.
Vedono sempre un altro film. E non distinguono mai il reale dalla finzione.




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Scritto da Gabriele Adinolfi   
Domenica 21 Aprile 2013 00:55
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sabato 20 aprile 2013

CONFLITTI - Le vittime del “terrorismo” sono tutte uguali?

di Enrico Galoppini - 17/04/2013
Fonte: europeanphoenix









Scoppia una bomba a Boston, in mezzo alla maratona: “edizione straordinaria!”, “terribile!”, “disumano!”, “abominevole!”.

Certo, come si deve commentare una cosa del genere?

Mica è una bella cosa saltare in aria, rimanere mutilato, vedere i propri cari ed amici esanimi o sanguinanti mentre ci si sta godendo una giornata di sport… Chi attenta alla vita di persone qualunque, come tutti noi, in situazioni del genere, quale che sia il suo palese o recondito obiettivo, è indubbiamente un criminale.

Detto questo, al di là di ogni sviluppo che avrà la faccenda (indagini, strumentalizzazioni, depistaggi ecc.), e considerato che si possono fare solo congetture sul “chi” e “perché” ha architettato questo spregevole atto, sono da dire essenzialmente due cose.

La prima è che questo “terrorismo”, questa entità indefinita che assume, nell’immaginario della massa ben indottrinata, sembianze “islamiche”, “di estrema destra” o “anarchiche” (con la variante più recente del “pazzo isolato”), colpisce sempre individui comuni, intenti nelle loro ordinarie attività, lavorative o ricreative. Chiaro che lo sdegno non può che essere unanime, perché tutti, me compreso, percepiamo che, in luoghi affollati, “ogni momento è buono”, e “potrebbe capitare anche a noi”.

Guarda caso, questo “terrorismo” col quale il “mondo civile” sarebbe in guerra non colpisce mai “il potere” nelle sue persone e nei suoi luoghi simbolici. L’attacco al Pentagono, che non può esser definito un posto in cui s’aggirano “persone innocenti”, s’inserisce nella più ampia vicenda dell’11/9, pervasa di illogicità, stranezze, incongruenze e “misteri” irrisolti ed irrisolvibili.

Da questi “terroristi” non ci si può dunque ragionevolmente attendere un qualcosa che abbia a che vedere col classico regicidio o tirannicidio.

Il “potere”, però, che detiene un ferreo controllo dei “media”, riscuote regolarmente i dividendi di queste operazioni: “scoveremo e puniremo i responsabili”, “vi difenderemo”, “vinceremo il terrorismo” eccetera.

Insomma, si passa immediatamente all’incasso, se si ha a che fare con una massa ampiamente manipolata ed impressionabile.

L’altro punto da rilevare è decisamente penoso ed imbarazzante.

Delle vittime di un attentato in una qualsiasi città occidentale sappiamo praticamente tutto. Che cosa facevano lì, le loro storie, le loro speranze andate in frantumi. Si redigono mappe del luogo, si propongono “gallerie fotografiche”, s’indugia fin nel più insignificante particolare e si crea addirittura una “icona” del luttuoso evento. Si pensi che ad una maratona del genere i partecipanti provenivano da una cinquantina di paesi del mondo: bene, se ogni notiziario locale ha parlato dei concittadini lì presenti (e l’ha fatto), si ha la misura della diffusione nelle coscienze di un determinato stato d’animo.

Intendiamoci, a me sta pure bene che si parli di questi sventurati (purché si eviti un’inutile retorica), ma allora, se al centro delle preoccupazioni dei dirigenti delle liberal-democrazie sta sempre e comunque “la vita umana”, che si cominci ad interrompere il palinsesto radiotelevisivo e s’inondino i notiziari di aggiornamenti e di particolari sulle vittime anche ogni volta che una bomba esplode in qualsiasi parte del mondo facendo “vittime innocenti”.

A quel punto, ben poche trasmissioni non finirebbero interrotte.

In Iraq, da quando quel paese è stato “liberato” nel 2003 perché la gente ha visto in tv la statua del “dittatore” che tirata giù, è esplosa una quantità impressionante di bombe, piazzate su mezzi in sosta o lanciati all’impazzata contro uomini, donne e bambini innocenti intenti a svolgere le loro ordinarie attività.

Eppure, ripeto, nessun “gran pubblico” viene informato minimamente su come sia andata, sull’identità dei morti e dei feriti, sulle loro “storie”. C’è difatti il ‘rischio’ che ci si renda conto che non sono poi così “diversi” da noi.

E mi voglio mantenere sullo stesso tipo di tragedia, quella provocata da una carica esplosiva che d’improvviso vien fatta esplodere in mezzo ad una folla. Perché in Iraq, in Afghanistan, in Libano, in Libia, in Siria, tanto per citare i casi più recenti ed eclatanti, le bombe in strada, nei mercati, nelle scuole, nei luoghi di culto eccetera scoppiano ad un ritmo impressionante, e non si tratta di una “follia” che caratterizza congenitamente quelle popolazioni. C’è soprattutto chi, dall’esterno, utilizzando sovente elementi interni senza scrupolo alcuno, è intento a seminare il “terrore” per i più svariati motivi.

Terrore sparso a piene mani anche con le armi le più tecnologiche e per questo asettiche nell’impressione che danno, a chi le maneggia, di non ammazzare nessuno. Ed inoltre, anche se venisse qualche scrupolo, sarà sempre utile convincersi che “siamo in guerra col terrorismo”, ed i “terroristi” non sono forse per definizione - in mezzo a qualche “danno collaterale” come i 500.000 bambini vittime dell’embargo all’Iraq o le migliaia di nati deformi a causa dei proiettili occidentali all’uranio impoverito – “sempre loro”?

No, così non ci siamo proprio. Tutta la costernazione e le lacrime di giornalisti, opinionisti, politici e persino uomini di religione (nel senso di “professionisti” dell’amministrazione del sacro, o di quel che credono sia tale, ché un vero “religioso” è ben altro tipo umano) sono false ed ipocrite perché non sono versate per tutte le vittime del “terrorismo”, indistintamente.

Ma qui, nella patria della Dottrina Egualitaria di Stato, dove “per legge” si parificano, definendoli “uguali”, nazionali e stranieri, maschi e femmine, coppie normali e coppie omosessuali eccetera, sembra impossibile fare un altro piccolo sforzo, il più semplice tra l’altro perché il più logico, per considerare che al mercato, a scuola, in chiesa o in moschea, e anche in una maratona, la gente è “uguale” dappertutto. E lo è a maggior ragione quando viene fatta saltare in aria.

Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it

http://www.liberaopinione.net/wp/?p=7010

giovedì 18 aprile 2013

Il valore di un gesto. Quei missini che votarono un eroe come Presidente della Repubblica



Dedico quello che sto per dirvi ai nostri militanti più giovani, perché siano sempre più fieri di appartenere ad un partito che crede: LA DESTRA. Il pomeriggio del 19 Maggio 1992, nel corso dell'XI scrutinio delle elezioni presidenziali, i 34 deputati del MSI candidarono e votarono PAOLO BORSELLINO come Presidente della Repubblica (Il 28 Maggio fu eletto Oscar Luigi Scalfaro).

Il giudice, allora procuratore aggiunto a Palermo raccolse in totale 47 preferenze e fece sapere attraverso il suo vecchio amico Guido Lo Porto (uno dei 34 deputati) che non gradiva la candidatura.

Quattro giorni dopo ossia Sabato 23 Maggio, ci fu la strage di Capaci dove morirono assassinati il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. 

Domenica 19 luglio 1992, in Via D'Amelio a Palermo, alle ore 16.58, 57 giorni dopo Capaci, 100 Kg di tritolo assassinarono il giudice Paolo Borsellino insieme agli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Il gesto dei 34 missini spiega perfettamente chi siamo e in cosa crediamo. Non aggiungo altro. Inoltre non oso pensare che qualcuno dei reduci del MSI di quella gloriosa votazione del 1992 che sta tutt'oggi in Parlamento voti Marini, D'Alema e compagnia bella. Mi auguro che abbiate uno scatto d'orgoglio e di dignità domani, io vi invito a proporre e votare Angela Napoli per dimostrare che nonostante tutto nello spirito in fondo non siete cambiati!

NESSUNO MUORE SULLA TERRA FINCHE' VIVE NEL CUORE DI CHI RESTA.

Ecco i nomi dei Deputati del MSI della XI Legislatura: Giuseppe Tatarella, Ugo Martinat, Raffaele Valensise, Paolo Agostinacchio, Filippo Berselli, Gastone Parigi, Nino Sospiri, Massimo Abbatangelo, Gian Franco Anedda, TEODORO BUONTEMPO, Alessio Butti, Giulio Caradonna, Marco Cellai, Gaetano Colucci, Giulio Conti, Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa, Guido Lo Porto, Giulio Maceratini, Francesco Marenco, Massimo Massano, Altero Matteoli, Alessandra Mussolini, Domenico Nania, Antonio Parlato, Nicola Pasetto, Carmine Santo Patarino, Adriana Poli Bortone, Guglielmo Rositani, Francesco Servello, Carlo Tassi, Enzo Trantino, Mirko Tremaglia.
Valentino Adimari (Segretario Regionale Gioventù Italiana Calabria)



Grecia, gli insegnanti: i bambini a scuola cercano cibo nella spazzatura


cassonettoro
18 apr – Con la crisi economica che sta flagellando la Grecia, nel Paese ormai si vedono scene ritenute impensabili in Europa: bambini che a scuola cercano cibo nella spazzatura, altri che chiedono ai compagni gli avanzi, o piegati in due per i crampi della fame o che svengono. È quanto raccontano gli insegnanti greci, come segnala il ‘New York Times’.
“Neppure nei miei incubi mi sarei aspettato una situazione del genere – spiega Leonidas Nikas, direttore di una scuola elementare di Atene -. Ormai siamo a un punto in cui i bambini arrivano a scuola affamati. Le famiglie hanno difficoltà non solo con il lavoro, ma a sopravvivere”. L’anno scorso si stima che il 10% degli scolari di elementari e medie abbia sofferto la fame, “e la Grecia è ora al livello di alcuni paesi africani”, rileva Athena Linos, docente della facoltà di medicina di Atene.
Le scuole greche non offrono il pranzo, gli studenti si portano il cibo da casa o lo comprano nelle mense. Ma il costo è diventato insopportabile per molte famiglie e alcuni ragazzi stanno iniziando a rubare il cibo. .tio.ch

http://www.imolaoggi.it/?p=47510

Lo scandaloso Gad Lerner: "Vietato dire i partigiani di Primo Levi fucilarono alla schiena 2 ragazzini"

Il giornalista critica il saggio di Luzzato che ricorda un episodio del '43, quando l'intellettuale partecipò a una doppia esecuzione







Gad Lerner non ha digerito il nuovo libro dello storico e autore della Einaudi, Sergio Luzzatto. La discordia nasce sulla figura di Primo Levi. Nel saggio di Luttazzo, Partigia. Una storia della resistenza, l'intellettuale e scrittore di origine ebraiche viene tirato in mezzo su una pagina oscura del suo passato. Luzzatto racconta del Primo Levi partigiano che nell'autunno del 1943 poco prima della sua cattura e deportazione partecipa all'esecuzione della condanna a morte di Fulvio Oppezzo, 18 anni, e Luciano Zabaldano. Due giovani che avevano violato le regole degli antifascisti e per questo erano stati "regolati" a Cerrina, nel Monferrato, con una mitragliata alle spalle. A far parte di quella squadra della morte, secondo quanto racconta Luzzatto c'era anche lo stesso Primo Levi.

Offesa alla memoria - Per Gad Lerner il testo di Luzzatto è un offesa inaccettabile per la memoria dello scrittore italiano. Così con un articolo di fuoco apparso sulle pagine di Repubblica, Lerner attacca Luzzatto. "Mi forzo a scrivere per interrogarmi sulla natura dell’ossessione di Sergio Luzzatto che quell’episodio drammatico lo scruta in più di trecento documentatissime pagine; traendone un volume edito da Mondadori perché la casa editrice torinese che fu di Primo Levi non se l’è sentita di pubblicarlo: Partigia. Una storia della Resistenza.

Ossessione per Primo Levi -  "Mi permetto di adoperare il termine 'ossessione' sapendo che l’autore non si offenderà perché lo scrive due volte egli stesso per motivare la spinta a un’indagine che non ha molto da rivelare sul piano storico – le atrocità della Resistenza come guerra civile sono già dissodate - sollecitandoci invece a una discutibile revisione iconografica e sentimentale". Lerner non accetta il revisionismo storico di Luzzatto e parla di una vera e propria "ossessione" dell'autore per l'intellettuale della shoa. "Luzzatto dichiara, testuale, 'un’altra mia ossessione' per la figura di Primo Levi. Quasi che un impulso morboso lo spingesse a misurare fino a dove giunga la sua capacità di 'devozione civile' e di 'venerazione letteraria' per il testimone, l’intellettuale rigoroso, lo scienziato che attraversato l’inferno non smette di ammonirci: scegli il raziocinio, diffida dalla visceralità anche nella scrittura".

Le regole della guerra -  Quell'episodio che vede Primo Levi far parte di un commando che deliberò l'uccisione di due ragazzi sembra per Lerner un'ombra da rimbalzare nella notte della storia. Ma dal testo di Luzzatto la figura dello scrittore e dell'intellettuale non esce rideminsionata nè sminuita. Durante la guerra, anche quella civile consumata in Italia tra il 1943 e il 1945, ci sono leggi non scritte. Ordini da eseguire senza fiatare. Il rifiuto può costare la morte. "Mors tua vita mea". Questa la legge che regna nelle pieghe di ogni conflitto. Piccolo o grande che sia. Primo Levi ha eseguito un ordine. Nulla di più. La storia lo sa. La letterature pure. Con buona pace di Gad Lerner. 


http://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/1224630/Lo-scandaloso-Gad-Lerner----Vietato-dire-che-Primo-Levi--fucilo-alla-schiena-2-ragazzini-.html

martedì 16 aprile 2013

Ci stangano: ecco la patrimoniale Ce la impone Angela Merkel

I consiglieri delle teutonica cancelliera insistono: italiani più ricchi dei tedeschi, devono pagare. Così il salasso arriverà insieme alla prossima manovra







di Claudio Antonelli
Ci risiamo con la patrimoniale per risolvere i problemi del debito pubblico. Per l’ennesima volta la proposta/minaccia arriva dalla Germania, ma stavolta l’indirizzo della missiva è ben chiaro: Roma, Italia.  E pure il mittente: Angela Merkel, che per tramite di due suoi stretti collaboratori manda a dire al sud Europa che le prossime manovre o i prossimi salvataggi si finanzieranno  col prelievo delle ricchezze private. I due docenti Lars Feld e Peter Bofinger sono gli esponenti di punta del quintetto del Germany’s Council of Economic Experts, detto anche dei “cinque saggi”. La proposta è semplice. I ricchi cittadini del Sud Europa devono partecipare nei prossimi dieci anni al risanamento dei bilanci dei rispettivi Paesi. I loro conti correnti devono porgere entrambe le guance evitando di nascondersi in paradisi fiscali lontani dalle lunghe mani dell’Unione Europea.  Angela Merkel non scherza  soprattutto perché l’idea è il frutto della chiusura di un cerchio che la Ue su spinta teutonica ha cominciato a disegnare tempo fa. Prima il fiscal compact, poi la lotta al segreto bancario, poi l’esperimento di confine a Cipro (dove i salvataggi del bilancio statale e delle due principali banche sono avvenuti con il prelievo forzoso fino al 65% dei patrimoni), infine l’unione bancaria.  Tra l’altro nel caso di Cipro l’argomentazione di Berlino è arrivata  al momento giusto per spingere le ristrutturazioni bancarie in un’unica direzione: la massima compartecipazione dei cittadini. D’altronde il capo dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, si fece sfuggire la frase del secolo, poi derubricata a fraintendimento linguistico. Disse che «il modello Cipro è da prendere in considerazione» per il futuro dell’Eurozona. I colleghi smentirono e in parte a ragione. Perché da Cipro molti investitori sono riusciti a fuggire prima della maxi patrimoniale. Perfezionato il sistema (senza segreto bancario raso a suolo e reale unione europea degli sportelli) nessun capitale sarà al sicuro. Almeno dentro i confini Ue. 
Chiarito lo schema serviva un presupposto per applicarlo. Anche se sbagliato. Pure il presupposto è semplice: gli europei del sud sono più ricchi di quelli del nord. Dunque è giusto che paghino.  I tedeschi utilizzano però i dati sulla ricchezza forniti dalla Bce vecchi di tre anni. Per di più tendono a confondere la ricchezza media con quella mediana. E si spingono a conteggiare i valori patrimoniali delle case in modo totalmente distorto. Infatti, applicati pari pari i dati Bce, risulta  che il Paese più ricco dell’eurozona sarebbe il Lussemburgo seguito da Cipro, rispettivamente con un patrimonio medio di 710 mila euro per nucleo familiare e 670 mila il secondo. Italia e Spagna, con 275 e 290 mila euro a testa, sarebbero ben davanti alla Germania, i cui nuclei familiari hanno un patrimonio medio di “solo” 230 mila euro. Se si considerano i redditi medi invece i tedeschi si piazzano nella parte alta della classifica con 43.500 euro. Più del doppio di Italia e Spagna. Purtroppo osservare i numeri serve a poco. Perché stiamo assistendo a scelte politiche storiche, per le quali i dati sono accessori. Lo Stato kantiano tedesco decide per conto dei cittadini e ancor di più si impone sugli altri compagni di viaggio incapaci di gestire le rispettive economie. Tant’è che la serietà della proposta dei due saggi sta nel fatto che non si tratta assolutamente di cosa nuova. È insita nel dna della Germania. Un anno fa il Diw, l’istituto di ricerche economiche di Berlino, diffuse un report molto simile alla proposta dei saggi della Merkel. Contro tutti coloro che suggerivano euro-bond (vedi Tremonti) il Diw parlò chiaramente di euro patrimoniale. All’epoca Alessandro Fugnoli, celebre strategist, analizzò i risvolti storici dell’idea. Scrisse: «I tedeschi hanno una lunga esperienza su queste cose. Nel 1913, per finanziare il riarmo, il Reich impose una patrimoniale dell’1.7 per cento del Pil. Finita (e persa) la guerra, la Germania si ritrovò con un debito pari al 180 per cento del Pil, cui si aggiunsero i risarcimenti imposti dai vincitori. Nel 1919 fu varata una patrimoniale durissima, con aliquota marginale del 65 per cento. Ci furono ingenti fughe di capitali e l’inflazione (a sua volta una tassa) rese irrisoria la riscossione in termini reali, tanto che la tassa fu fatta decadere già nel 1922». 
Seguì un prestito forzoso nel 1923 pari al 10% del patrimonio. L’anno dopo seguì un altro prestito forzoso solo sulle aziende. Nel 1949 fu imposta una patrimoniale del 50% da pagare in comode rate di 30 anni. Sopportabile per via della ripresa degli anni ’50 e dell’inflazione elevata. Fu finita di pagare nel 1979.  Nel 1982 il governò tentò un’altra volta il colpo di mano sui patrimoni per finanziare l’edilizia convenzionata, ma fu bloccato dalla corte suprema. Che sentenziò essere incostituzionale. Non c’era, infatti, un evento straordinario come una guerra o un dopo-guerra. Ora la palla ritorna nelle mani dei tedeschi. Lo schema si ripete. A pagare saranno gli europei del sud. Non a caso il ministro delle Finanze tedesco rispose nel 2012 al Diw: «Proposta incostituzionale e irricevibile per noi», disse, «ma eccellente per gli altri Paesi». D’altronde siamo in guerra. O no? Ci salverebbero due cose.  Una Thatcher in grado di riportare l’Europa nel solco del rispetto dei cittadini che lei non ha mai trattato da sudditi. Ma la morte di Margaret è avvenuta più che mai simbolicamente in questi giorni. Ci salverebbe anche la forza unita alla consapevolezza di comportarci da cittadini e non da sudditi. Ma in questo noi italiani latitiamo. Riusciamo solo a deprecare la filosofia tedesca che vince sul nostro nulla.

http://www.liberoquotidiano.it/news/1224451/Ci_stangano__ecco_la_patrimoniale__Ce_la_impone_Angela_Merkel.html