domenica 9 settembre 2012

la "rendita dell'otto settembre" all'Italia

 
 
 
L'Otto settembre è stata l'apoteosi dei vigliacchi, l'inizio d'un periodo di declino per la Nazione Italiana, ma anche la "giustificazione" per la realpolitik di servi e complici di Stati stranieri e non importa se Alleati o meno. L'antico motto tutto italiota: "O con la Franza o con la Spagna purché se magna" ha trovato la sua giustificazione storica e politica nella consegna ai legittimi vincitori del conflitto del "Protettorato" Italiano agli Americani e ai suoi fedeli mastini della repubblica di Germania. I risultati da subito si sono visti, gli "uomini migliori" per dignità e carattere hanno subito senza dire nulla, il ritorno della Mafia in Sicilia voluto dagli Americani, sempre gli stessi "migliori", chi per pura vigliaccheria, chi per odio verso l'Italia ha accettato di buon grado di nascondere alla Storia e alla cultura il massacro della Foibe e l'esodo degli Istriani, dai Giuliani e dei dalmati; sempre in ossequio da schiavo alla politica dei vincitori, che questa volta riguardava il buon Tito, l'uomo dei massacri. 
Di fatto gli alleati d'Italia hanno usato tranquillamente il nostro territorio per "giocare alla guerra" (vedi casi di Ustica e l'aereo che urtò la cabinovia in Trentino) o imporci la loro volontà giudiziaria rispetto a casi che riguardavano l'Italia. Famoso il caso "Sigonella" dove l'allora Presidente del consiglio Craxi giustamente mandò i militari Italiani (Carabinieri) a ricordare ai militari Americani che la Sovranità su Sigonella era Italiana e non Americana. Questi aspetti riguardano gli accordi e le alleanza tra gli stati (non giudicabili dal popolo per la nostra Costituzione) e confermano che la nostra classe politica si è comportata in ossequio al manuale del perfetto ed obbediente "protettorato" retto da chi svende la propria dignità di Stato Sovrano prima di quella di alleato.

Se nell'ambito dei rapporti Internazionali abbiamo ondivaghe linee, pur di "ricevere" qualche sorriso da tutte le parti, nella società civile i risultati sono stati veramente degni di una fogna a cielo aperto.

La furbizia è diventata il metro della vita in ogni aspetto sociale, il disprezzo della parola data si è manifestato con leggi e regolamenti che mirano appositamente alla confusione dei rapporti sociali ed  economici, la vittima è diventata carnefice, il dimostrante assassino (vedi caso Giuliani), vittima con tanto di Sala in Senato a lui dedicata. La lode alla verità dei potenti poi ha creato dei tabù incredibili in politica quanto nella giustizia: il colpevole deve essere colui che è indicato dall'apparato politico mediatico del momento. Eh si, anche i giornalisti (quasi tutti) brillano per mancanza di coraggio e difendono l'ultimo art. non scritto della Costituzione "Tengo famiglia".
Nei rapporti economici tra aziende e dipendenti per proteggere i fannulloni hanno umiliato la meritocrazia, cosicche' il lavoro non è retribuito secondo i giusti canoni del lavoro stesso, bensì con la mentalità del tutti uguali e addosso a chi lavoro meglio e di più. Molte cose in Italia sono fatte solo per accontentare l'immagine (non la sostanza) la logica del "tengo famiglia" e del non sono fatti miei, quando si perla di cose pubbliche, ha rovinato tutto in primis la politica. In politica hanno trovato rifugio la peggior specie degli Italiani, uomini che pensano solo al proprio portafoglio, che non rinunciano a nulla dei loro privilegi, che non sanno tra l'altro fare proprio nulla ..... se non male. Si, si torna da dove ero partito: la "vittoria" dei Badoglio, dei Masaniello e dei furbi di ogni ordine e grado ha sconfitto i politici di un tempo, politici che nelle loro rispettive bandiere erano disposti a pagare e dare la vita per il loro ideale al di là di quello che fosse. Con l'otto settembre l'essenza del "Con la Franza o con la Spagna purché se magna" è "diventata legge non scritta e ha colpito indifferentemente tutta Italia pubblica o privata. Poche le sacche di dignità e fierezza, queste sacche sono ora "democraticamente represse da leggi elettorali che premiano i ruffiani e i leccaculo di coalizione o di partito. Ho conosciuto uomini del mio partito che mi hanno insegnato il Rispetto, la Dignità e l'Onore, valori che questa Società ha disprezzato e non voluto. Al di delle paranoie dei leghisti la nostra società non è divisa geograficamente, ma per categorie produttive o mentali.  Hanno diviso un popolo in "caste" mentali e sindacali, in categorie privilegiate e "schiavi legalizzati" al nord come al sud, dipende tutto dagli "amici" o dai privilegi che hai. Se ami la libertà e il sacrificio che tu sia imprenditore o lavoratore, politico onesto o amministratore serio, la tua strada è veramente difficile e questo ovviamente non significa che non vale la pena di percorrerla.
Nello Alessio

http://alessionello.blogspot.it/2012/09/la-rendita-dellotto-settembre-allitalia.html?spref=tw



8 SETTEMBRE IL GIORNO DELL INFAMIA

Foto: "L'otto settembre, al comunicato di Badoglio, piansi. Piansi e non ho mai più pianto. E adesso, oggi, domani, potranno esserci i comunisti, potranno mandarmi in Siberia, potranno fucilare metà degli Italiani, non piangerò più. Perché quello che c'era da soffrire per ciò che l'Italia avrebbe vissuto come suo avvenire, io l'ho sofferto allora. Quel giorno io ho visto il dramma che cominciava per questa nostra disgraziata nazione che non aveva più amici, non aveva più alleati, non aveva più l'onore ed era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa.
Anch'io, in quei giorni del settembre 1943, fui chiamato ad una scelta. E decisi la mia scelta. Non me ne sono mai pentito. Anzi, quella scelta segna nella mia vita il punto culminante, del quale vado più fiero. E nel momento della scelta, ho deciso di giocare la partita più difficile, la più dura, la più ingrata. La partita che non mi avrebbe aperto nessuna strada ai valori materiali, terreni, ma mi avrebbe dato un carattere di spiritualità e di pulizia morale al quale nessuna altra strada avrebbe potuto portarmi"

MEMENTO AUDERE SEMPER! 

Junio Valerio Borghese


"L'otto settembre, al comunicato di Badoglio, piansi. Piansi e non ho mai più pianto. E adesso, oggi, domani, potranno esserci i comunisti, potranno mandarmi in Siberia, potranno fucilare metà degli Italiani, non piangerò più. Perché quello...
che c'era da soffrire per ciò che l'Italia avrebbe vissuto come suo avvenire, io l'ho sofferto allora. Quel giorno io ho visto il dramma che cominciava per questa nostra disgraziata nazione che non aveva più amici, non aveva più alleati, non aveva più l'onore ed era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa.
Anch'io, in quei giorni del settembre 1943, fui chiamato ad una scelta. E decisi la mia scelta. Non me ne sono mai pentito. Anzi, quella scelta segna nella mia vita il punto culminante, del quale vado più fiero. E nel momento della scelta, ho deciso di giocare la partita più difficile, la più dura, la più ingrata. La partita che non mi avrebbe aperto nessuna strada ai valori materiali, terreni, ma mi avrebbe dato un carattere di spiritualità e di pulizia morale al quale nessuna altra strada avrebbe potuto portarmi"

Junio Valerio Borghese

giovedì 6 settembre 2012

LOTTARE PER IL FUTURO NO VERO?PRENDERSELA CON UN ANZIANO INVECE SI!MANGANELLO E OLIO DI RICINO PER QUESTI DEMENTI

 Suona il clacson, pensionato picchiato
a sangue da cinque giovani: è grave


VENEZIA - È grave in ospedale dopo essere stato picchiato selvaggiamente da un gruppo di ventenni per aver suonato il clacson. Gli aggressori sono stato smascherati: sono tutti giovani, con precedenti per episodi di violenza, e sarebbero responsabili della violenta aggressione al pensionato di Mestre finito in coma per i pugni al volto e il pestaggio. Ricoverato in ospedale oggi è stato operato ed è grave in coma farmacologico all'ospedale dell'Angelo. Le sue condizioni sono molto serie, dovute a un profondo ematoma per il trauma cranico.

Il gruppo di giovani balordi - almeno 5 o forse 6 e tutti di età tra i 20 e 25 anni - individuato dagli agenti del commissariato di Mestre, sarà denunciato alla magistratura per lesioni gravissime. Un fatto di violenza feroce e gratuita quello avvenuto ancora domenica sera in centro a Mestre quando il pensionato, un 64enne che tornava dal Lido ed era in auto assieme alla sorella, ha trovato la strada sbarrata dal gruppetto di ragazzi, al centro alla carreggiata.

Visto che non si spostavano, ha dato un colpo di clacson, ma la cosa è stata presa come una provocazione dai giovani; uno di loro si è avvicinato all'auto e dal finestrino aperto ha sferrato un pugno in pieno volto al 64enne.

L'automobilista è fuggito, ma i 5-6 ragazzi si sono messi al suo inseguimento, con la loro vettura. Quando hanno raggiunto l'uomo, nel giardino del condominio dove abita, si sono nuovamente scagliati contro di lui, colpendolo ancora con pugni violenti al volto. La sorella della vittima, in preda al terrore, ha avuto comunque la presenza di spirito di prendere nota del numero di targa dell'auto degli aggressori e poi ha chhttp://www.gazzettino.it/nordest/venezia/suona_il_clacson_pensionato_picchiato_a_sangue_da_cinque_giovani_grave/notizie/217855.shtmliesto l'intervento del 113.

martedì 4 settembre 2012




DROGA ARMA DEL MONDIALISMO

LA DROGA UNO STRUMENTO DI POLITICA GLOBALE




La Droga: uno strumento di politica globale


Sulla scia della Seconda Guerra mondiale, le elite politiche statunitensi e britanniche si ritrovarono ad affrontare la minaccia del socialismo su scala globale. Nonostante le incombenti perplessità circa il futuro, decisero di reagire mobilitando risorse – pubbliche e nascoste – al fine di implementare un programma di “Roll Back” atto a invertire l’avanzata comunista mondiale.
Un vero e proprio blocco sulla strada della mobilitazione anti-comunista era rappresentato dal fatto che la maggior parte della popolazione statunitense era diffidente verso un progetto di politica estera di così ampia portata. Per lo statunitense medio il mondo era rappresentato unicamente dall’America del Nord e l’interesse per la politica estera era minimo. A causa di questo radicato isolazionismo, negli Stati Uniti, agli esordi della Guerra Fredda, spese governative ingenti nella politica estera erano fuori questione. Inoltre la CIA, principale fonte economica nel reame della politica estera americana, rappresentava, per la maggioranza degli americani nell’epoca post-bellica, un’agenzia come un’altra, mentre in realtà questa stava diventando un protagonista chiave. Pur perseguendo l’impegno di portare a termine massicce operazioni mondiali, la CIA chiese alla Casa Bianca una licenza per inserirsi in fonti di finanziamento alternativi. La droga figurava come il business più remunerativo tra quelli più noti. La natura criminale del business dettava quindi le regole del gioco. Mentre alcuni dei guadagni erano effettivamente utilizzati a supporto di operazioni sotto copertura, altri erano deviati verso l’arricchimento personale di agenti e dirigenti dell’agenzia oppure rimanevano nelle mani di gruppi finanziari con potere di lobby nell’amministrazione statunitense. Di conseguenza, la complicità nel business della droga iniziò a diffondersi verso il livello più alto dell’establishment nordamericano.
Il primo caso rappresentante le connessioni tra la CIA e il business della droga risalgono al 1947, anno in cui Washington, preoccupato dell’ascesa del movimento comunista nella Francia post-bellica, si associò con la nota e spietata mafia corsa nella lotta contro la sinistra. Dal momento che il denaro non poteva essere riversato nella sgradevole alleanza attraverso canali ufficiali, una grossa fabbrica di eroina venne istituita a Marsiglia con l’assistenza della CIA, che alimentava l’affare. L’iniziativa imprenditoriale impiegava abitanti del posto, mentre la CIA organizzava il ciclo degli approvvigionamenti, ed il terrore fisico e psicologico contro i comunisti in Francia alfine impedì loro di raggiungere il potere.
Successivamente lo schema adottato è stato replicato nel mondo. All’inizio degli anni ’50 la CIA dirigeva un network di fabbriche di eroina nel Sud Est Asiatico e con parte dei guadagni sosteneva Chiang Kai-shek, che combatteva contro la Cina comunista. La CIA iniziò quindi a patrocinare il regime militare in Laos, rafforzando i propri legami nella regione del Triangolo d’oro comprendente Laos, Tailandia e Birmania, Paesi che hanno contribuito per il 70% della fornitura globale di oppio. La maggior parte della merce era diretta a Marsiglia e in Sicilia per il trattamento effettuato dalle fabbriche gestite dalla mafia corsa e siciliana. In Sicilia, l’associazione criminale che gestiva diverse fabbriche di droga era stata fondata da Lucky Luciano, un gangster americano nato in Italia e rideportatovi dopo la Seconda Guerra mondiale. Le informazioni non classificate non lasciano alcun dubbio circa il lavoro che Luciano svolgeva per l’intelligence americana. L’uomo è stato, senza grosse motivazioni, rilasciato dalla prigione americana nel 1946 prima di aver scontato la sua condanna; l’associazione criminale italiana che operava sotto il controllo statunitense condivideva i guadagni con i patroni americani, i quali utilizzavano il denaro per portare avanti una guerra segreta contro il partito comunista italiano.
La CIA continuò a prelevare denaro dal Triangolo d’oro durante la Guerra del Vietnam. La droga proveniente da questa regione veniva trafficata illegalmente negli Stati Uniti e distribuita a basi militari americane all’estero. Ne deriva che molti dei veterani della Guerra del Vietnam sono rimasti segnati non solo dalla guerra, ma anche dall’uso di narcotici. Le attività legate al traffico della droga portate avanti dalla CIA dovevano rimanere segrete, ma evitare di venire a conoscenza di azioni così gravi era difficile. Uno scandalo enorme scoppiò infatti negli anni ’80 coinvolgendo la banca Nugan Hand di Sydney, con filiali registrate alle isole Cayman, e il precedente direttore della CIA W. Colby avente funzione di consigliere legale. La CIA ha utilizzato la suddetta banca per operazioni di riciclaggio di denaro sporco nella gestione dei proventi derivanti dal traffico di droga e armi in Indocina.
La geografia dei traffici di droga appoggiati dalla CIA si ampliò costantemente. Negli anni ’80, lo scambio armi per droga è stato replicato per finanziare i Contras del Nicaragua, ma dopo essere stato scoperto il Comitato delle relazioni estere del Senato americano ha dovuto aprire un’inchiesta. Una frase del rapporto del Senato sul famoso accadimento affermava: “I decisori statunitensi non erano immuni all’idea che i soldi della droga fossero una soluzione ideale al problema del finanziamento del Contras”. Questa dichiarazione, in linea generale, potrebbe dimostrare che le attività della CIA erano strettamente collegate alla politica estera americana. Il business della CIA nel narcotraffico si è diffuso senza precedenti quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica entrarono indirettamente in conflitto in Afghanistan. La comunità dell’intelligence americana finanziò generosamente i Mujahiddin, in parte con i soldi derivanti dal narcotraffico. Gli aerei statunitensi che consegnavano armi alla nazione rientravano carichi di eroina. Secondo giudizi indipendenti, all’epoca, circa il 50% del consumo di eroina negli Stati Uniti proveniva dall’Afghanistan.
La mafia, la CIA e George Bush di Pete Brewton (New York: S.P.I. Books, 1992) offre una serie di dati concreti che provano i legami esistenti tra il direttore della CIA e il Presidente americano G. Bush e la mafia. Lo stesso Presidente, in certe fasi della sua carriera, combinò la propria funzione pubblica con la politica e il business della droga. L’establishment americano ha concluso che la droga oltre ad essere stata impiegata per circostanze politiche, potrebbe tornare utile nel raggiungimento di obiettivi geopolitici di lungo termine. Quando P. Brenner divenne capo di Baghdad con un’autorità che nemmeno S. Hussein si sognava, non fece alcun tentativo per innalzare una barriera contro l’ondata del narcotraffico che travolse l’Iraq. Inoltre è importate notare che il business della droga, durante il governo di S. Hussein, era un problema inesistente nel paese. “Questa è la panacea di ogni rivolta. Drogateli, rendeteli dipendenti come pesci affamati. In seguito, dopo aver preso il controllo della loro radio e televisione, storditeli con la propaganda…”. BAGHDAD: la città che non ha mai visto l’eroina, una dipendenza mortale, fino a Marzo del 2003, ora è sommersa di stupefacenti, inclusa l’eroina.
Secondo un rapporto pubblicato dal giornale “The Indipendent” di Londra, i cittadini di Baghdad si lamentavano che la droga, come l’eroina e la cocaina, erano smerciate per le strade delle metropoli irachene. “Alcune relazioni suggeriscono che il traffico di droga e armi era sostenuto dalla CIA, al fine di finanziare le sue operazioni segrete internazionali”, scrive Brenda Stardom. Nel suo rapporto, un abitante di Baghdad spiegava: “Saresti impiccato per il traffico di droga. Ma ora si può ottenere eroina, cocaina, qualsiasi cosa”. I civili tossicodipendenti non hanno nessuna volontà di resistere, mentre la trionfante Washington, che ottenne le risorse del paese, è incurante del fatto che questa gente è condannata all’estinzione.
L’operazione anti-terroristica lanciata immediatamente dopo il dramma dell’11 Settembre è giunta a conclusione in Afghanistan 11 anni dopo. Washington tratta la questione come un successo, ma evitare l’opinione pubblica genera gravi effetti collaterali. L’Afghanistan è stato abbandonato in uno stato di distruzione, con interi villaggi annientati, migliaia di persone decedute, prigionieri, campi di concentramento e rifugiati in tutto il paese.
Sconfiggere il business della droga era l’obiettivo più pubblicizzato dell’intera Guerra al terrore americana, ma il risultato e gli obiettivi della campagna erano completamente diversi. Nelle mani della coalizione occidentale, l’Afghanistan si è trasformato nel principale produttore mondiale di droga. Gli USA e il business della droga si sono intrecciati sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per Washington, la droga è stata a lungo un elemento strutturale della politica estera, oltre all’enorme mercato nero mondiale che alimenta l’economia “legittima” dell’Occidente… Un dollaro destinato al commercio della droga rende fino a $12.000, nella migliore delle ipotesi. Il costo dell’eroina afgano aumenta nettamente man mano che ci si sposta a nord del Paese – in Pakistan ammonta a circa $650 al chilo, $1.200 in Kyrgyzstan, raggiungendo i $70 al grammo nella città di Mosca. Un chilo di eroina equivale a 200.000 dosi e una dipendenza disperata inizia dopo 3 o 4 dosi.

Il capitale “legittimo” sarebbe temporaneamente insostenibile senza il trascinante mercato nero globale. Entrambi i componenti dell’economia mondiale sono incentrati sugli Stati Uniti. Washington è consapevole che la produzione di droga può essere messa in atto solo dopo aver soddisfatto il requisito principale, cioè che gli utili finali non creino un effetto a cascata sul produttore. Diversamente, il mercato nero si sgretolerebbe all’istante. La mafia che gestisce il traffico di droga in linea riesce ad ottenere il 90% dei ricavi dall’eroina. Accanto ad altri soggetti coinvolti nel traffico, coloro che lavorano la materia prima ricevono il 2% del guadagno, gli agricoltori di papavero il 6% e i commercianti di oppio il 2%. La produttività del mercato nero utilizza anche aree coltivate a prezzi marginali. Promuovere un conflitto armato nella zona agricola è il modo più semplice per attenuare i costi richiesti dagli agricoltori, considerando che le armi sono la merce con più alto valore equivalente. La formula è che più sanguinoso è il conflitto e più alti sono i ricavi dalle vendite di armi e droga. L’instabilità, associata al controllo del disordine, rappresenta il motore del mercato nero. I due fattori armonizzano la domanda e l’offerta, tuttavia per assottigliare i costi e non avere difficoltà occorre diffondere aspirazioni separatiste. Il comandante della situazione dovrebbe impegnarsi con gruppi etnici, clan o fazioni religiose piuttosto che con enti statali.
L’Afghanistan ha distribuito un totale di circa 50 tonnellate di oppio durante la metà degli anni ’80, ma la cifra è balzata a 600 tonnellate entro il 1990, un anno dopo il ritiro dei sovietici. Dopo aver sequestrato il 90% del territorio afgano e preso controllo della coltivazione di papavero locale, i talebani si sono scrollati di dosso la presa della CIA e del dipartimento di Stato americano, causando la perdita della quota statunitense dei circa 130 miliardi di dollari di profitto che la mafia poteva ottenere se le forniture venivano incanalate con successo in Asia centrale. Riprendere il controllo della produzione di eroina dal potere dei talebani era l’obiettivo fondamentale dietro la campagna statunitense in Afghanistan. Al momento la missione è compiuta, gran parte dell’eroina viene acquistata e trasmessa dalla CIA e dal Pentagono ad altri paesi. Dopo aver costruito le basi militari in Kyrgyzstan, Uzbekistan e Tagikistan e insediato il governo di H. Karzai, Washington ha aperto nuove rotte di approvvigionamento, eliminando i concorrenti e facendo sì che la capacità degli stabilimenti di trasformazione dell’oppio in eroina non siano mai privi di lavoro.
Al momento, l’Afghanistan rappresenta il 75% del mercato globale di eroina, l’80% del mercato europeo e il 35% del mercato statunitense. Circa il 65% del rifornimento di droga dell’Afghanistan attraversa l’Asia centrale post-sovietica e anche se questa disposizione sarà leggermente modificata, il traffico persisterà anche dopo il ritiro della coalizione occidentale dall’Afghanistan. L’alleanza criminale tra la CIA e i talebani è un fatto noto e non svanirà. Attualmente, i gruppi criminali albanesi del Kosovo possiedono un ruolo di primo piano nel commercio internazionale della droga. L’indipendenza del Kosovo dalla Serbia ha permesso agli Stati Uniti di pianificare un nuovo punto di appoggio per il business della droga, con particolare riguardo all’Europa. Oltre un milione di albanesi risiedono in Europa occidentale e la maggior parte di loro sopravvive grazie a diversi affari illegali, soprattutto quello della droga. Senza dubbio, gli Stati Uniti hanno deliberatamente presentato all’Europa un problema che d’ora in poi aumenterà.
Secondo l’agenzia anti-narcotici russa, circa 100.000 persone in tutto il mondo – più di quante uccise dall’esplosione nucleare che distrusse Hiroshima – muoiono ogni anno a causa degli stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. In questo contesto, in Russia, il bilancio è di circa 30.000 vittime. L’agenzia russa sul controllo della droga afferma che la produttività è raddoppiata negli ultimi dieci anni e ad oggi il 90% delle dosi di droga consumate globalmente – un totale di 7 miliardi – rappresentano eroina. La tossicodipendenza sta invadendo l’odierna Russia e nel mix con l’abuso di alcool sta mettendo in pericolo l’esistenza stessa della nazione. La Russia è molto attiva nell’incoraggiare la lotta internazionale contro la droga – il Ministro degli esteri S. Lavrov, per esempio, ha ricordato al forum anti-droga 2010 che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite osserva il problema della droga come una minaccia alla pace e alla sicurezza globale. Il suo punto di vista era che il mandato della coalizione in Afghanistan dovrebbe essere aggiornato per includere delle misure ben più robuste, incluso lo sradicamento dei campi di oppio e lo smantellamento delle fabbriche di droga. I passi per contrastare la produzione di stupefacenti in Afghanistan dovrebbero essere altrettanto decisi di quelli scattati in America Latina contro il traffico di cocaina, afferma Lavrov sottolineando anche, che un coordinamento in tempo reale tra la Russia e la NATO, lungo il confine con l’Afghanistan, potrebbe essere di grande aiuto. Mosca ha mandato per anni segnali in merito, ma l’atteggiamento della NATO sembra essere impassibile.
Il capo dell’agenzia russa del controllo della droga V. Ivanov ha affermato nel 2010 che la Russia ha fornito delle informazioni riservate agli Stati Uniti e all’amministrazione afgana riguardo 175 stabilimenti di droga in Afghanistan, eppure nessuno di questi è stato smantellato. I fondi continuano quindi ad accumularsi sui conti bancari di coloro che gestiscono questi traffici ed è chiaro che questa condizione richiede un fronte anti-narcotico molto più ampio. Mosca perderà solo tempo e vedrà sempre più russi morire se attende una mossa dell’Occidente per sottoscrivere tali iniziative. È giunto il momento di adottare misure drastiche contro coloro che diffondono la morte confezionata in dosi.

(Traduzione di Angela De Martiis)

lunedì 3 settembre 2012


LA DEMOCRAZIA HA RIVALUTATO IL FASCISMO
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«Fascista!» ha urlato Bersani a Beppe Grillo. Sembra essere tornati agli anni ’70 quando chi non si dichiarava “laico, democratico e antifascista” era di per sé un fascista. Usare il termine “fascista” come insulto e strumento di lotta politica nell’anno di grazia 2012 non solo è un “non sense”, è ridicolo. Evidentemente nella generazione di Bersani, scatta ancora un riflesso, pavloviano dovuto all’età (a un Matteo Renzi, sindaco di Firenze, che di anni ne ha trentasette e che pure è un Ds, non verrebbe mai in mente di dare del “fascista” a chicchessia) e alla lunga militanza nel Pci, che rischia di dare ragione a Berlusconi quando diceva che gli ex comunisti, nonostante tutti i cambi di sigle, erano rimasti, ne fondo della loro animuccia, comunisti.
Ma io vorrei spostare la questione su un altro piano. Alla luce dell’esperienza storica di quest’ultimo secolo, il Fascismo ebbe un’idea di Stato e di Nazione e cercò di attuarla con coerenza. Non fu solo treni che arrivano in orario. L’Iri nel dopoguerra democratico diventò un indegno carrozzone, partitocratico, ma quando venne creato, nel 1931, fu un’intelligente risposta alla crisi del 1929 e infatti l’Italia non ne subì i contraccolpi se non marginalmente. Alberto Beneduce, che oltre all’Iri diresse altri importanti Istituti pubblici, fu uno straordinario “grand commis” che godette sempre di un’amplissima autonomia (le leggenda vuole che fosse il solo a poter dire di “no” a Mussolini). Le prime leggi a tutela dei beni culturali e artistici sono del ’39, come quelle ambientali e paesaggistiche, mentre dal ’42 ogni comune dovette dotarsi di un piano regolatore. Le bonifiche in Agro Pontino e in Maremma furono un modello di organizzazione anche se al prezzo dello spostamento forzoso, vagamente staliniano, di migliaia di contadini veneti. Mussolini aveva pronto anche un piano di frantumazione e redistribuzione del latifondo in Sicilia, cosa che ovviamente non piaceva ai baroni né alla mafia (che il Fascismo con il prefetto Mori, fu il solo a combattere seriamente). E i baroni e la mafia aprirono l’isola agli angloamericani, peccato d’origine le cui conseguenze, come si può ben vedere, scontiamo ancora oggi.
Il Fascismo esercitò una censura sulla stampa feroce e stupida con esiti, spesso, esilaranti, ma in campo culturale ci fu sempre una certa libertà. L’architettura fascista può piacere o meno ma, a differenza di quella d’oggi, ha uno stile e in quegli anni fummo i primi nel design industriale (una vivacità culturale che la coraggiosa mostra “Annitrenta” del 1982 osò mostrare per la prima volta). Anche l’idea della valorizzazione dell’agricoltura e di una ragionevole autarchia alimentare non era sbagliata, anzi è estremamente attuale. Certo poi ci sono gli orrori: il carcere di Gramsci (“Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per almeno vent’anni”), l’omicidio Matteotti, quello dei Rosselli, il criminale uso dell’iprite in Abissinia, le leggi razziali. E l’errore fatale: entrare in guerra impreparati. Mussolini, che da maestro era diventato succube di Hitler, credeva che i tedeschi avrebbero vinto la guerra in quattro e quattr’otto (“Ci basteranno poche centinaia di morti per sederci al tavolo della pace”). Questo ributtante cinismo gli italiani l’avrebbero pagato carissimo. Ma oggi dopo gli ultimi quarant’anni di Italia repubblicana, dobbiamo ammettere, con amarezza, che è stata la democrazia a rivalutare il Fascismo.

Scatenarono la Seconda Guerra Mondiale
Le democrazie per conto degli usurai e dei gangsters



Il 3 settembre 1939 le potenze democratiche Francia e Inghliterra dichiaravano alla Germania, rea di aver protetto i cittadini tedeschi di Danzica dalle stragi operate dai soldati polacchi, la Seconda Guerra Mondiale. Il pretesto invocato fu la difesa dell'integralità del territorio polacco, fingendo nel frangente d'ignorare che Danzica era tedesca.
Quanto fosse sentita questa esigenza di difesa dell'integralità del territorio polacco fu chiaro solo due settimane dopo quando, il 17, ai sovietici che avevano invaso la Polonia da est, non venne dichiarata guerra né fu lanciato alcun ultimatum.
Che le democrazie guerrafondaie, in intesa con l'imperialista America, avessero un solo desiderio, ovvero la guerra senza esclusione di colpi fino alla conquista dei mercati e delle materie prime, fino alla distruzione di un sistema sociopolitico emancipatosi dal controllo delle banche, fu ampiamente palesato durante sei anni in cui  i reiterati tentativi di pacificazione fatti da Hess, Hitler e Mussolini vennero rifiutati. Vennero declinate tutte le offerte di pace perché nulla più della guerra e della distruzione di milioni e milioni di persone e di miliardi e miliardi di beni, avrebbe apportato vantaggi agli speculatori che le democrazie dominavano (e dominano ancor oggi) e al Crimine Organizzato. Crimine Organizzato che da allora passò alla conquista dell'economia mondiale e impose il proprio dominio sull'etica occidentale, come avrebbero dimostrato ben presto  in Italia i “liberatori” che non per caso affidarono da noi la democratizzazione ai padrini mafiosi Luciano e Genovese.
Sono passati settantatré anni dall'aggressione anglofrancese alla Germania e, dopo sei anni di accanita difesa da parte dei popoli liberi chiusi a tenaglia non solo dagli anglofrancesi ma anche da sovietici e americani, la guerra fu persa e con essa ogni residuo di libertà.  E' oramai da sessantasette  anni  che ininterrottamente si registra il dominio degli usurai e dei gangsters sui popoli ridotti a greggi.
 
tratto dalla pagina fb di G.Adinolfi.

domenica 2 settembre 2012

LA STORIA A SENSO UNICO

2 set 2012


Stanno facendo un baccano inutile, il solito. Pensavamo che il sole d’agosto fosse responsabile della polemica ridicola sul mausoleo a Rodolfo Graziani, voluto dall’amministrazione comunale di Affile, in provincia di Roma. Il Pd del Lazio, capitanato in regione dall’ex vice di Marrazzo, Montino, polemizza sull’uso di fondi regionali per un monumento a quello che definiscono un criminale. Hanno ricominciato anche in questi giorni.
Ma non sanno quello che dicono.
A Rodolfo Graziani, infatti, gli storici imputano l’aver utilizzato il gas nella guerra d’Abissinia, e più di ogni altra cosa l’essere stato beniamino di Mussolini, tanto da diventarne ministro della Difesa nella Repubblica Sociale. Ma nel processo che gli fu intentato nel 1948 fu riconosciuto colpevole e condannato a soli due anni di reclusione per la semplice adesione  alla Rsi. Nessun crimine di guerra, dunque.
E questo si spiega col fatto che Graziani fu soprattutto un soldato. Si guadagnò i gradi di colonnello sul campo, durante il primo conflitto mondiale, perché la sua era una famiglia troppo modesta per potersi permettere di mantenerlo all’accademia di Modena. Lo fece ad appena 36 anni, diventando il più giovane italiano ad accedere a quel rango nelle file delle forze armate. Fu viceré d’Etiopia, prima del duca Amedeo D’Aosta. Fu decorato con due medaglie d’argento ed altrettante di bronzo al valor militare.
Nessun magistrato della Repubblica lo ha mai individuato come criminale di guerra e il Pd farebbe bene a smettere di infangarne la memoria.
Poi, il Pd laziale farebbe bene a studiare un po’ di più.
Affile, infatti, non è l’unico Comune della Valle dell’Aniene a celebrare il generale Graziani e a essere stato finanziato dalla Regione. Anche Filettino – dove Graziani nacque – ha il suo parco dedicato al generale. Il Pd contesta la spesa di quasi 130mila euro. Peccato che per realizzare il mausoleo ne siano stati spesi 127mila a fronte di oltre 230mila stanziati dalla giunta Marrazzo e non dalla Polverini.
Con questi soldi è stato riqualificato il parco di Radimonte sul piano ambientale e realizzato il mausoleo su un terreno privato, ceduto poi al Comune di Affile. In quanto, è bene ricordarlo, il parco era di proprietà del comitato che sin dal 1957 si è reso promotore della realizzazione di un monumento a ricordo di Graziani, generale nato proprio ad Affile e commemorato in anni recenti anche dal precedente sindaco dei Ds, Diego Moriconi, in un’occasione pubblica e ufficiale. Molto rumore per nulla, come al solito. E’ la solita storia. A senso unico.


http://www.storace.it/